Visitatori "Fedeli"

domenica 29 settembre 2013

Un viaggio chiamato... bambino..."Continuità tra vita fetale e vita neonatale: il primo anno di vita del bambino"

"Il bambino racchiude una sapienza che secoli d'umanità hanno sedimentato. Proprio come in una pianta è sedimentato un sapere che la conduce a fiorire e a fruttificare. Beninteso questo sapere è un sapere che, fin da subito, si articola in un tessuto di fitte relazioni con ciò che la circonda: allo stesso modo non si tratta di lasciare il bambino in balia di se stesso, ma di far agire la sua sapienza in quella spinta verso il mondo che lo caratterizza." (da "Dalla parte dei bambini" di P. FRASSON)
Spontanea viene, allora, la domanda: che significato prende ed "in-corpora" il termine educare un bambino? E quando ha inizio questa educazione, prima della nascita o solo dopo il suo "essere al mondo"?
Educare ha due significati fondamentali, etimologicamente deriva dal latino ex-duco, tiro fuori, faccio uscire, quindi aiuto l'altro a essere quello che è secondo le sue potenzialità, sia fisiche che emotive e intellettuali.
L'altro significato, è quello di nutrire, di fornire i mezzi e i materiali, le basi di cui la persona si servirà per esprimere se stessa.
L'educazione si può intendere come la messa in opera dei mezzi propri a permettere all'essere umano di formarsi e di svilupparsi. E' l'essere che si educa a partire dai materiali fisici, affettivi e mentali che gli sono forniti dai genitori e dall'ambiente che lo circonda.

La vita intrauterina
Quando il bambino nasce ha già nove mesi di vita e di esperienze (esperienze sensori-motorie fetali: estensioni, girazioni, accorciamenti, etc; esperienze tattili dell'involucro pelle con l'ambiente della placenta; esperienze sonoro-uditive dei rumori interni del corpo della madre;...). Lo sviluppo del feto inizia con la nona settimana di gestazione e prosegue fino alla nascita (che normalmente avviene dopo trenta settimane) in un legame stretto con la qualità dell'ambiente intrauterino. I diversi sistemi dell'organismo fetale cominciano a ben funzionare fin dal terzo mese.
Come dice MICHEL SOULÈ (neuropsichiatria francese) "il prenatale merita di occupare nella nostra scienza il posto legittimo che si merita, quello di primo capitolo della biografia vera della persona umana e non di preambolo o di preistoria".
Lo sviluppo-integrazione corpo-mente del bambino è in una continuità dalla gravidanza a tutte le fasi successive. Sin dall'inizio la madre (e l'ambiente circostante) ha il compito del processo maturativo, consentendo il passaggio dal biologico al mentale, attraverso un "accompagnamento" tonico-affettivo del feto (dapprima, poi dopo la nascita del bambino), un nutrimento sensoriale, intellettuale, che permetterà di far emergere tutte le potenzialità racchiuse nell'essere che si sta formando, in tutta libertà.
Attraverso la madre-ambiente, durante quei mesi simbiotici che determinano il periodo della gravidanza, il futuro bambino riceve dall'esterno sia i materiali nutritivi che l'impatto e l'influenza che l'ambiente ha su di lei: l'effetto delle sue emozioni, dei suoi pensieri e sentimenti. "Anche se il sistema nervoso del feto è separato da quello materno, le forti emozioni vissute dalla donna nel corso della gravidanza causano un notevole aumento di ormoni e di altre sostanze chimiche nel sangue che, attraverso la placenta, si trasmettono al feto e sembrano riprodurre in questo ultimo lo stato fisiologico della madre. Da una ricerca risulta che l'attività motoria del feto aumenta considerevolmente quando la madre attraversa uno stato di stress." (LUIGIA CAMAIONI)
"Un tempo si riteneva che, nel grembo della madre, il bambino fosse isolato da tutte le influenze esterne, anche quelle potenzialmente dannose o nocive, fosse insomma al sicuro. Oggi sappiamo che ciò non è completamente vero. Certo, l'ambiente uterino è assai efficiente nel proteggere e nutrire il giovane essere che si sta formando: lo mantiene a una temperatura costante e, attraverso il liquido amniotico nel quale è sospeso, lo preserva dalle scosse e dagli urti. Tuttavia, attraverso il sangue materno passano non soltanto il nutrimento e l'ossigeno, ma anche una serie di agenti, quali sostanze chimiche, ormonali e virus che possono lasciare tracce indelebili nel futuro sviluppo. Anche se la placenta funziona da filtro, una serie di sostanze potenzialmente nocive sono in grado di attraversarla. E ovviamente, se il sangue materno è carente di alcune sostanze nutritive richieste dall'organismo in crescita, lo sviluppo armonico di organi e apparati può risultarne alterato." (LUIGIA CAMAIONI)
Importante, allora, diventa la qualità di vita condotta dalla madre, in primis, e la qualità dell'ambiente che la circonda, per assicurare una "qualità di buone interazioni del feto col proprio ambiente".
La nascita
La nascita "lancia nello spazio-mondo-esterno" il bambino! Questo passaggio-cambio di ambiente (dall'ambiente intrauterino all'ambiente extrauterino) mette il neonato in una condizione di "compiti nuovi": respirazione, nutrizione, regolazione termica corporea...
Dalle prime esperienze di cure apparentemente solo fisiche, dalla prima relazione su base sensoriale, "emerge" la progressione del processo di integrazione somato-psichica (corpo-mente) del neonato, frutto della "qualità" della relazione diadica.
E' nell'insieme delle sensazioni tattili-uditive-visive piacevoli, che alimentano e si concludono in un benessere fisico e psichico e in una cenestesia gratificante, che il piccolo bambino vive le primarie esperienze piacevoli di sé. Il dialogo tonico-corporeo (chinestesico e cenestesico) si mette in moto molto presto: il neonato molto competente dal punto di vista sensoriale è capace di intessere un dialogo importante con la madre e in cui ha una parte attiva.
La qualità comunicativa e di aggiustamento tonico-emozionale della madre (= madre-ambiente) permette al piccolo bambino di vivere e porsi in una situazione ri-strutturante sul piano dei primi bisogni (che sono contemporaneamente fisici e psichici) e centralizzante, tramite varie e diverse esperienze con il corpo-tutto della madre relative all'assimilazione del calore, al contatto morbido e avvolgente, al sostegno e all'appoggio, alla gratificazione sul piano orale, sperimentando ,quindi, il senso di protezione vitale.
Il "buon nutrimento" materno inteso come latte, cibo ma soprattutto calore e cure affettuose, permette al bambino di rilassarsi, di mangiare di più, di dormire di più, di essere attivo nelle interazioni con l'ambiente circostante; altresì è bene ricordare che l'ansia, l'incertezza, la paura hanno sempre come risultato l'irritabilità e i "capricci" del bambino quale traduzione immediata dell'affettività nel comportamento, segnali corporei di un disagio. Il corpo del bambino "parla" e ogni suo comportamento ha un preciso significato, è carico di aspetti intellettivi, affettivi e relazionali; è un modo per esprimersi, per comunicare qualcosa.

Dialogo tonico-emozionale-empatico tra madre-bambino
e ambiente e sviluppo del bambino

Quanto detto fino ad ora "contribuisce a chiarire ulteriormente il concetto che il bambino, anche piccolissimo, soprattutto attraverso i movimenti del corpo, il sorriso, le grida, interagisce attivamente e comunica con l'adulto, influenzandone il comportamento. Il neonato ed il bambino piccolo utilizzano a questo scopo l'aspetto non verbale della comunicazione (definito aspetto di "relazione"), quello cioè che attraverso il clima reciproco dei sentimenti comunicati mediante i gesti, la tonalità della voce, la posizione del corpo, esprime e definisce le caratteristiche della relazione che si sta intrattenendo." (M. RUTTER , 1973)
Via via gli atteggiamenti ed il "patrimonio iniziale" della madre e del bambino si influenzano reciprocamente, ponendo in correlazione aspetti del comportamento dell'una con modalità di risposta dell'altro, e viceversa, all'interno di un sistema relazionale (contesto).
Nel bambino e nella madre si realizzano dei "modi" di fare ed essere (indici) che permettono di rilevare, ad esempio per il bambino, il grado di recettività o di sensibilità alle stimolazioni, la capacità di risposta agli stimoli secondo lo stadio di sviluppo in cui si trova, i differenti fattori che permettono di comprendere lo stile motorio (attivo o passivo), le modalità di richiamo di presenza e di interagire con la madre e l'ambiente circostante.
Così, ad esempio, dal punto di vista materno, possono essere indicati: la frequenza dei contatti fisici, il loro stile, le modalità di consolazione, la frequenza e l'intensità dei sentimenti positivi espressi nei suoi confronti, gli sforzi per fornire al bambino delle stimolazioni sociali, etc.
J. de AJIURIAGUERRA (1967, psichiatra infantile) affermava che "gli adulti avvertono in maniera protopatica i movimenti del bambino come indici di domanda o di conferma, di supplica o di volontà tirannica; in tal modo il bambino plasma a poco a poco ed utilizza il suo ambiente e ciò è senza dubbio l'inizio di un dialogo".
Tale citazione ben avvalora il significato che "la relazione adulto-bambino costituisce un sistema di forze coesistenti ed interdipendenti, in cui il comportamento di ciascuna di esse è funzione del rapporto reciproco che si instaura; frutto cioè, in ogni momento, dell'equilibrio delle forze che definiscono il rapporto medesimo." (M. RUTTER, 1973)
La relazione madre-bambino è tuttavia collocata nel contesto sociale più vasto, rappresentato dalla famiglia d'origine o adottiva (o da un'istituzione assistenziale che ospita il bambino), che influenza la relazione stessa, sia in senso positivo e stimolante, sia in senso inibitorio.
Ancora, troppo spesso una madre si trova "frastornata" dalla molteplicità di "consigli" che le vengono impartiti da appartenenti alla cerchia familiare: "si deve fare così...; quando piange, lascialo piangere, altrimenti si vizia...; ..." e ciò non mette in gioco una rassicurazione, ma bensì una sorta di "irrigidimento tonico-emozionale" che impedisce l'ascolto-empatico del bisogno del bambino.
Una sana, attiva, felice interazione fra adulto e bambino si afferma in particolare quando il bambino viene "riconosciuto e confermato" come "essere-persona esistente per sé", diverso dall'adulto e capace di influenzarlo e trasformarlo con le sue iniziative.
Il campo della relazione e la comunicazione
E' vero tuttavia che dopo la nascita (ma anche prima di essa, poiché a livello dell'immaginario materno il futuro bambino è un essere che esiste nel desiderio della madre, un essere che lei attende, un essere sognato) il bambino è sottomesso ad influenze culturali ed educative strettamente legate al modo in cui la madre è stata essa stessa allevata.
La nascita del figlio/a evoca in lei, le relazioni che ha avuto con la propria madre. Emergono ricordi dell'infanzia, che vanno nel senso di una attiva regressione e che favoriscono il processo di identificazione, soprattutto quando si tratta di una figlia: "mia madre mi ha detto che anch'io ero così quando ero piccola... non pensavo che a dormire...".
Queste influenze, legate e alla personalità della madre e alle sue relazioni parentali e a certe credenze, si manifestano sin dai primi giorni, a differenti livelli delle cure apportate al bambino/a.
E' forse, questa "preistoria relazionale materna" che all'inizio favorisce ed introduce la madre nel suo contatto primario con il figlio/a e che progressivamente modula e trasforma in uno "stile maternante e strutturante" aggiustato ai bisogni, mano a mano che si sperimenta nella conoscenza del proprio piccolo.
La sollecitudine amorevole della madre, permette al bambino di conoscere il benessere ed il malessere (persa la protezione dell'utero, egli fa esperienza di un mondo spiacevole, conosce la fame, la privazione, il caldo e il freddo, il movimento imbrigliato, ma vive anche il piacere) associandoli a determinate parti del corpo, una sorta di "iscrizioni corporee" che progressivamente aiuteranno il "comporsi di una totalità del corpo"; una unità di piacere del corpo, una organizzazione somato-psichica vissuta nella relazione sensuale come piacere della sensorialità diffusa, che fonda l'io corporeo e l'io psichico (va sottolineato che questo graduale processo non è nell'ordine del conscio, della rappresentazione e del linguaggio).
Chi si occupa scientificamente di questa fase della vita del bambino, tende ad identificare con la bocca il luogo primario dove maturano queste sensazioni, ma si deve altresì comprendere anche la pelle, i labirinti, tutti gli organi dell'apparato propriocettivo.
Grazie alla sollecitazione adattiva esercitata dal mondo esterno, il bambino impara ad esprimere le proprie emozioni (di piacere e di dispiacere). Egli comunica attraverso la globalità del proprio corpo, vissuto tonicamente ed affettivamente con la madre, la quale a sua volta diviene capace di situarsi a livello pre-espressivo, non verbale, del figlio/a, mostrando, come ha scritto RENÈ SPITZ, "una sensibilità quasi telepatica a sostegno della relazione, un così alto grado di disparità tra due individui tanto strettamente associati e interdipendenti non riscontrabile altrove nella nostra organizzazione sociale".
Questo "specchio precoce" che la madre avvia nei riguardi del figlio/a, continua tutta la vita.
E' vero che ogni mamma parla con il suo bambino molto prima che egli conquisti la capacità del linguaggio verbale. Sin dall'età dei tre mesi gli occhi del bambino "si specchiano e si illuminano" guardando la mamma. Lo sviluppo emotivo del bambino è marcatamente legato a questo "riflesso di sé" che raccoglie sul volto-sguardo della madre, alle reazioni mimiche che in esso percepisce, tanto che D.W. WINNICOTT scrive: "ciò che il lattante vede è se stesso".
La madre imita l'intensità ed il ritmo dell'espressione, del movimento del corpo, dello sguardo, della vocalizzazione del bambino, come in una sorta di "danza comunicativa".
Redatto da Sonia Compostella (Psicomotricista e formatore alla Pratica Psicomotoria Bernard AUCOUTURIER (PPA), presidente dell'A.R.F.A.P.), tratto da  http://www.arfapbassano.it/articoli.php

mercoledì 11 settembre 2013

L'ambientamento al nido d'infanzia: riflessioni e pensieri.

Credo proprio che questo sia un argomento da affrontare, soprattutto in questo periodo nel quale molti servizi per l'infanzia riaprono e molte famiglie con i loro cuccioli dovranno affrontare tale "passaggio".

Che cos'è?
L'ambientamento è il progressivo periodo di familiarizzazione del bambino e della famiglia all'esperienza nido. Infatti lo scopo principale di tale momento è appunto quello di condurre progressivamente il bambino e i genitore ad ambientarsi, conoscere e vivere, il nuovo ambiente e le nuove routine.

Come inizia?
In quasi tutte le strutture per l'infanzia l'ambientamento inizia con il colloquio individuale, il quale offre un primo momento di incontro e di conoscenza dell'educatrice di riferimento e dei genitori (mamma e papà). Esso è finalizzato al ricevere e al dare informazioni sul proprio bimbo, lasciando spazio al racconto dei genitori. Questo colloquio favorisce anzitutto l'instaurarsi di un primo rapporto di fiducia e collborazione reciproca tra spazio-famiglia e spazio-nido, considerando l'importanza e la delicatezza di questo momento.

In questo periodo, l'ingresso al nido avverrà gradualmente per circa quindici giorni, durante i quali si allungheranno i tempi di allontanamento del familiare e si allungheranno i tempi di permanenza del bambino al nido. Perchè circa?! Circa perchè ogni bambino ha un suo tempo che va rispettato; i tempi di permanenza del bambino e del genitore vengono così decisi di giorno in giorno con l'educatrice.
I bambini, lentamente, avranno modo di partecipare e condividere con gli altri bimbi i momenti di routine, quali la merenda del mattino, il momento della cura personale, il pranzo o la nanna.

Lo spazio "rassicurante" nella quale vengono accolti i bambini e la famiglia dovrebbe essere sempre lo stesso, con la compagnia di un piccolo gruppo di bambini. Ciò permette di creare ai nuovi arrivati i primi riferimenti rassicuranti, accolgono le emozioni, favoriscono le relazioni sociali, aiutano ad accettare e ad adattarsi con serenità alla nuova situazione. Uno spazio suddiviso in piccoli angoli, nella quale è il bambino che sceglie come, quando, cosa toccare, spostare, osservare, manipolare.... con giochi prevalentemente destrutturati ( prevalenza di materiale appartenente alla vita quotidiana del bambino e facente parte del "gioco euristico"), quindi materiali naturali, contenitori di legno, arredi in legno e con  colori possibilmente pastello.

Chi lo fa? 
L'educatrice di riferimento è colei che per il primo periodo di ambientamento affiancherà la famiglia e il bimbo durante la permanenza al nido, stando attenta di ricercare col bambino una "comunicazione a distanza", ossia rispetta la distanza che il bimbo crea con l'educatrice a attende che sia il bambino a diminuire tale. D'altra parte il genitore che accompagna l'ambientamento del proprio bimbo dovrebbe garantire la sua presenza nella stanza "da lontano", consolando con uno sguardo, una parola, un sorriso, un gesto del corpo, e non invadendo lo spazio di conoscenza e gioco che il bambino crea. E' la stessa presenza che "rassicura affettivamente" il bambino da lontano, ossia dal posto in cui è invitato a sedersi.
L'educatrice, d'altra parte, si impegna a realizzare modalità di relazione e di contenimento affettivo idoneo ad ogni singolo bambino e ad ogni singola famiglia, differente ogni giorno in base al modo in cui procede l'ambientamento.
Ci tengo a precisare che l'importanza della educatrice di riferimento va a sfumarsi con la conclusione dell'ambientamento, in quanto è il gruppo educativo che si fà portatore poi della cura di ogni singolo bambino e genitore.

giovedì 5 settembre 2013

Riflessioni sul gioco come massima espressione per la crescita dei bambini.

Il gioco è in principio un diritto del bambino, un’attività piacevole ed essenziale che contribuisce alla costruzione della soggettività.

Lungo l’arco della complesso processo di costruzione dell’identità, uno degli strumenti privilegiati è il gioco e, all'inizio del percorso, in particolare il gioco corporeo, sensoriomotorio e simbolico, i cui diversi livelli permettono la messa in atto, il dominio della motricità, la strutturazione dello spazio, la conoscenza e la comprensione progressiva della realtà, l’espressione di sé, l’elaborazione e la simbolizzazione dei desideri, timori, potenzialità e fantasie inconsce. In questa tappa diventano essenziali per il bambino i giochi autonomi.

       Il bambino non vuole soltanto constatare l’esistenza delle cose, conoscere e adattarsi attivamente alla realtà, ma fondamentalmente vuole capire e ricreare la realtà.

      Il gioco diventa indispensabile per lo sviluppo intellettuale, motorio e affettivo del bambino e costituisce la via reggia naturale di espressione. Il piacere risulta il motore e il risultato del giocare.

      Tramite il gioco, il bambino incorpora le nozioni basiche su se stesso, gli altri e il mondo. Impara a dominare e conoscere le parti del corpo e le sue funzioni, ad orientarsi nello spazio e nel tempo, a manipolare e costruire, a stabilire le relazioni con gli altri, a comunicarsi e a parlare. Tutti questi apprendimenti occorrono ad un livello non conscio.

      Il gioco non diventa un esercizio per… ne un allenamento per… ne una preparazione per compiti futuri, ma un modo di essere nel mondo qui e ora. 
Anche l'adulto può giocare, ma il suo gioco non ha lo stesso significato del gioco nel bambino: per l’adulto implica si piacere e ma contemporaneamente è legato all’ozio, al distacco, al divertimento, al sollievo riguardo i suoi compiti quotidiani e preoccupazioni; per il bambino invece, il gioco è la vita nonostante tutta la vita non sia il gioco…

Dal vissuto, l’esplorazione, la sperimentazione con oggetti semplici, la risonanza emotiva e il piacere condiviso poi con altri bambini o il mondo degli adulti, i bambini si pongono delle domande, all’inizio non verbali, costruiscono le proprie conoscenze, comparano i risultati, criticano e domandano agli altri, realizzando in questo modo i loro propri percorsi per imparare.

      Possiamo considerare tre tappe nel gioco del bambino:

      I due primi anni di vita costituiscono un periodo essenzialmente senso-motorio.
      Durante le cure materne (momenti di cura personale, il pasto, il cullare, il rasserenare) i bambini giocano, in quanto scoprono il proprio corpo, scopre le sue mani, scopre i suoi piedi, scopre il sorriso della mamma, scopre il tono di voce ....
      Più avanti, come indicatore di una tappa di maturazione del legame di attaccamento, compare un oggetto privilegiato che può sostituire parzialmente e per uno breve tempo l’adulto significativo nella sua funzione di accompagnamento o di consolazione,l' “oggetto transizionale”.

      Poi, nella sua crescita, il bambino passa dalla scoperta della mano come oggetto di conoscenza alla scoperta della mano come strumento per sperimentare, afferrare, stringere e giocare.

        Ecco che il bambino cerca di afferare l'oggetto, lo spinge, guarda come si sposta, lo passa da una mano all’altra, lo tocca con entrambe le mani, lo scuote, l’allontana, l’avvicina verso il volto o alla bocca. Gli oggetti non devono essere troppo piccoli perché così riesce a prenderli e portarli alla bocca e succhiarli senza rischi e, inoltre, riuscirà a gettarli e batterli. Le sensazioni promosse da questi oggetti nelle sue mani e nella sua bocca sembrano essere l’obiettivo primordiale.

       Verso i 18-24 mesi la manipolazione smette di essere un’attività indipendente per integrarsi ad un gioco più organizzato e più complesso. Il bambino è passato da un’esplorazione tattile e motoria, in cui prevaleva l’organizzazione e l’interrelazione percettiva e tattile, cinestesica e multisensoriale (in particolare visiva), verso un’attività in cui la base continua ad essere la manipolazione però la sua finalità, l’interesse e la significazione nello sviluppo cognitivo diventa più complessa e differenziata, focalizzata verso le relazioni degli oggetti in sé e tra gli oggetti o l’oggetto come intermediario nelle relazioni sociali.

     I primi giocatoli

      Quali sono gli oggetti che più interessano ai bambini in questa prima tappa:

      I primi giocattoli sono, senza dubbi, il volto, le mani, il corpo e i vestiti delle persone significative che il bambino è intento a prendere, ad aggrapparsi ed esplorare. E’ l’attitudine dell’adulto, il piacere, il sorriso o la sfida che trasformano quella attività in “gioco”. Dopo quello, più importante è la propria mano. Per questa ragione è consigliabile che lui riesca a "sperimentare" la sua mano in un modo comodo e da una postura che garantisca la sua sensazione totale di equilibrio.

      Dopo i 2-3 mesi di età, si consigliano tutti quegli oggetti che riescano ad essere presi facilmente: un fazzoletto di cottone, anelli per tende, chiavi, cubi di legno, cucchiai e cucchiaini, piccoli oggetti di tessuto morbido e leggeri,... (Cestino dei tesori).
       Molte attività senso-motorie diventano un gioco: spostamenti molteplici, rotazioni, giri, oscillazioni, allungamenti, arrampicate, equilibri e disequilibri autoindotti. Per tutto questo ha bisogno di uno spazio sufficientemente ampio e sicuro.

      Quando il bambino inizia a vagare in tutti i modi possibili ( rollare, strisciare, quadrupede, inginocchiato o in piede) gli piace molto arrivare, strofinare con le punte delle dita, trascinare, spingere giocattoli, gettarli lontano, raccogliere, ecc.

        Sperimentare le proprietà fisiche degli oggetti, relazionarli tra di loro, svuotare e poi riempire contenitori, disperdere e riunire, introdurre e tirare fuori oggetti che erano all’interno di altri oggetti, ecc. sono tutte attività essenziali dal punto di vista della costituzione del sé, dell’organizzazione dei coordinamenti motori, delle nozioni spazio-temporali, del suo schema corporeo, delle relazioni affettive e dell’integrazione delle regole sociali.

Dai due ai sei anni 

      Costituisce un lungo e particolare periodo con delle trasformazioni psichiche molteplici durante il quale il bambino aggiunge all’esplorazione e la sperimentazione ogni volta più variegata e complessa del mondo circondante, l’utilizzo del simbolismo.

     I primordi del gioco simbolico si ritrovano nel gioco iniziale del comparire e dello scomparire (gioco del cucù) : “Dov’è?, Qui c’è”. Dopo il bambino riproduce frammenti di scene della vita reale, modificandole d’accordo alle sue necessità.

      I simboli acquisiscono la sua significazione in un’attività di metamorfosi dell’oggetto: la caratteristica è “il fare come se…” un pezzo di legno piccolo diventa un cucchiaio che batte contro un oggetto “come un tamburo", una scatola di cartone diventa un camion, un coperchio in metallo diventa il volante di una machina, un bastone diventa un cavallo, un contenitore diventa una pentola, una barca, un letto, ecc.

      Il bambino ricrea gli oggetti e gioca i ruoli sociali delle persone e le attività che lo circondano (il papa, la mamma, il maestro, il medico) e ciò gli permette di comprendere ed elaborare i conflitti immaginari.

      In questo secondo livello la realtà nel gioco si sottomette ai suoi desideri e necessità. I giochi corporali diventano più complessi e si perfezionano: equilibri e disequilibri, arrampicare, salti, cadute, corse, uniti ad un personaggio, ad una mimica (propri del gioco simbolico, della sua narrativa e che appuntano all’affermazione del sé e della sua differenziazione dell’altro).

      Appartengono proprio a questa tappa:

La "fabbricazione" di propri giochi.

I giochi di distruzione e ricostruzione (simbolica dell’altro collegati alla relazione con l’adulto e con i pari); torri, file.

I giochi di presenza e assenza (comparsa-scomparsa, il gioco del nascondiglio), collegati  alla costituzione della permanenza di sé, dell’altro e dell’oggetto.

I giochi di persecuzione (acchiappare-essere acchiappato, divorare-essere divorato, il lupo, il coccodrillo), collegati a ansietà e fantasie primitive.

I giochi di onnipotenza e di identificazione con l’io ideale.

I giochi di identificazione con l’aggressore e di cambiamenti di ruoli.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...