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lunedì 28 ottobre 2013

Il capriccio: una danza a due! Riflessione tratta da Lorenzo Braina, pedagogista.

Condivido con voi questo pensiero di Lorenzo Braina, pedagogista. 
Sicuramente un pensiero utile per riflettere, ripensare, mettersi in discussione, migliorarsi, crescere ... e non per condannare e/o giudicare il comportamento di nessuno. 

Una riflessione che serve per ri-pensare e ri-vedere il capriccio con occhi diversi.



Capricci che creano a volte imbarazzo, spesso tensione e  spesso irritabilità?
Capricci che suscitano perplessità?

Capricci che ... d'altra parte ... vanno nella direzione della "crescita" e della differenziazione  del bambino dalla personalità e dai desideri dei genitori. Capricci che significano "crescere"!


Il bimbo avrà sei anni e sta facendo la scena madre al super mercato. In una veloce progressione è passato dal chiedere che gli fossero comprate le patatine, al frignare, al piangere ed infine al disperarsi. La madre lo tira, lo strattona, lo sgrida ed ecco che arriva il padre e con uno scatto di rabbia con una mano gli stringe il braccio provocando evidente dolore e con l'altro gli da uno sculaccione che echeggia nel market. "Vediamo se adesso la smette (commenta il padre cercando appoggio dai passanti)". Assiste alla scena un bimbo che avrà circa la stessa età, tiene anche lui la mano al padre. E' spaventato per la scena a cui assiste, anzi è scioccato. Le due famiglie sono insieme ma mentre un bimbo ha fatto la scena madre per le patatine l'altro le ha chieste e si è serenamente dispiaciuto per il rifiuto. Il padre che ha dato lo sculaccione insiste "vedi Marco come è bravo. Perché tu non puoi essere come lui". Vorrei chiedere a quel padre se pensa che suo figlio sia geneticamente predisposto ai capricci e Marco al non farli. Se pensa che è nato con gli occhi verdi e capriccioso. Vorrei chiedergli se si è mai chiesto come mai due bambini soli in una stanza non fanno mai i capricci e come mai i capricci dei bambini sono così diversi da adulto ad adulto (mamma o papà, nonni o amici di famiglia). Vorrei dirgli che il capriccio non ci parla del bambino, mai, ma del rapporto tra quel bambino e l'adulto a cui lo fa. Che esiste il capriccio di potere, di identità, di amore e tanti altri e che tutti ci parlano non del bambino ma del legame tra il bambino e il genitore e che lo sculaccione rinforza il problema e non lo risolve, soprattutto quando fa smettere il capriccio. La domanda dovrebbe essere come cambiare la relazione e non come far smettere il capriccio. Il capriccio non lo fa il bambino ma è una danza a due, genitori e bambino.



sabato 12 ottobre 2013

Un po' di storia bio - bibliografica pedagogica: Emmi Pikler.

Emmi Pikler (Vienna 1902 - Budapest 1984)
laureatasi in medicina nel 1927 a Vienna, si specializza in pediatria nella Clinica Pediatrica universitaria viennese, alla scuola del pediatra Von Pirquet e del chirurgo infantile Salzer, noti per la particolarità del loro approccio, che privilegiava una grande attenzione a processi di crescita e conteneva l'utilizzo di farmaci, ottenendo un'alta percentuale di guarigioni.
In questa clinica, molti anni prima che la psicologia entrasse di fatto nella pratica medica, si seguiva un approccio “olistico” alla persona e alla cura. E' in tale contesto che la Pikler impara ad attribuire importanza fondamentale alla costruzione di un rapporto significativo e rispettoso con ogni singolo bambino.
Nel 1935 Emmi Pikler, il marito e la figlia Anna Trados, si trasferiscono a Budapest, dove lei lavora come pediatra di famiglia. Prosegue così per lei l'opportunità di osservare sistematicamente i bambini. Nel suo ruolo sostiene i genitori a comprendere l'importanza di rispettare tempi, desideri e movimenti dei bambini, evitando sollecitazioni e anticipazioni di posture e giochi. E' certo che la Pikler entrò in contatto con le idee di Maria Montessori.
Nonostante gravi difficoltà causate dalle persecuzioni al marito ebreo, pubblica nel 1940, un libro per i genitori, attraverso il quale diffondere la sua visione del lavoro di cura, sia in Ungheria che all’estero.
Nel 1946 a Emmi Pikler viene assegnato dal governo ungherese l'incarico di creare un orfanotrofio per bambini da 0 a 3 anni: l'Istituto Nazionale Metodologico dell’educazione e della cura della prima infanzia, più sinteticamente noto come Loczy, dal nome della via in cui si trova.
I circa 1500 bambini cresciuti a Loczy, per ognuno dei quali esiste una minuziosa documentazione che ne registra la crescita e lo sviluppo, ad opera di educatrici, medici e altri professionisti, hanno potuto giovare e godere di una relazione intima e costante con un adulto, in un contesto concepito per agevolare la più completa libertà di gioco e di movimento.
Solo con la fine della “cortina di ferro” l’esperienza di Loczy viene fatta conoscere fuori confine, dapprima in Francia, nel 1973 da Myriam David e Geneviève Appell dei CEMEA francesi, poi in un numero sempre crescente di paesi. Emmi Pikler diresse l’istituto fino al 1979.
Quì sotto elencati i principi che accompagnarono il lavoro della Dott.ssa Pikler nella primissima infanzia:
  • E' opportuno coricare il bambino sulla schiena affinché possa avere la massima libertà possibile di movimento, in maniera tale che la conquista del fianco e poi della posizione prona siano frutto di una spontanea progressione
  • L'adulto non mette mai seduto il bambino, finché non ha conquistato da solo la competenza di raggiungere tale posizione, poiché ciò lo distrae dall'esercizio di ciò che naturalmente sarebbe portato a fare per metterlo in una situazione di instabilità o forzata immobilità, a danno del suo piacere personale e della sua libertà di movimento
  • Non si aiuta un bambino a portare a termine un movimento avviato (non lo si tiene per le mani, non si fornisce aiuto per tirarsi in piedi) poiché in una fase tutta dedita alla ricerca di equilibrio e alla conoscenza del proprio corpo ciò implica un fattore di disturbo che non aggiunge nulla e toglie molto all'esperienza del bambino. Non si interviene neanche quando effettua i primi tentativi per tirarsi su da solo, muovere i primi passi, aggrappandosi,..
  • Non si lega il bambino
  • Non si sollecita né incoraggia il bambino ad assumere posizioni di nessun tipo se non ha già imparato a conquistarla: non si tende il dito perché il bambino aggrappandovisi si tiri su a sedere, non lo si attrae con stratagemmi per fargli compiere i primi passi.
  • Non si vieta o censura alcun tentativo spontaneo: il bambino è lasciato libero di esercitare i movimenti che vuole anche quando ciò significa esercitare competenze più semplici di altre già acquisite: un bambino che sa camminare deve esser lasciato libero di strisciare o gattonare se lo desidera.
Tutto ciò è una pefetta declinazione dell'idea di educazione attiva.

L'approccio pikleriano non è interessato ai comportamenti spesso agiti dagli adulti per osannare le “prodezze” del bambino, quanto invece ad “accendere sguardi” sulla “qualità” dei movimenti del bambino, che evidenziano ciò che il bambino realmente vive, agisce, sente.
La lezione di Emmi Pikler pone al centro di qualunque progetto di cura ed educativo la realizzazione di una condizione di benessere e di equilibrio nello sviluppo, che si radica nella relazione con l'adulto: da qui la minuziosa attenzione ai gesti, agli sguardi e alla anticipazione verbali di quanto l'adulto va a fare “insieme” al bambino (magari sfruttando un movimento spontaneo del braccio per infilargli una maglietta e “significandola” attraverso la verbalizzazione di ciò che si fa “con” lui).
Quando infatti adulto e bambino viaggiano nella stessa direzione sfruttando le “competenze” presenti, o valorizzando movimenti spontanei, il bambino viene nutrito con “fiducia e apprezzamento” e con questo cibo costruirà la percezione di sé e la conseguente autostima. Quando invece l'adulto ha la pretesa di anticipare movimenti, posture e gesti, il bambino sarà distratto dal fare ciò che è portato naturalmente a fare (e quindi pronto ad acquisire e\o consolidare) per andare incontro a esperienze fallimentari, faticose, o comunque -nella migliore delle ipotesi- estranei ai suoi interessi\bisogni (ad esempio un bambino posto a sedere dall'adulto quando non è capace a raggiungere la posizione da solo,viene estraneato da tutti i movimenti preparatori per acquisire spontaneamnete quella capacità).
In questa ottica il ruolo dell'adulto si gioca in termini di “presenza” affettiva, di cura e di “regia”, sia per predisporre l'ambiente in maniera ottimale e favorire la maggior libertà di movimento possibile del bambino, sia per regolamentare la quantità e la qualità di fattori che agiscono sull'emotività del bambino.
Emmi Pikler, anche sulla scia del lavoro di Wallon, ha valorizzato le prassi di cura che sono oggi avvalorate continuamente dalle recenti scoperte prodotte dalle ricerche in ambito neuro-fisiologico.
Centrale nel suo lavoro è l'attenzione alla manipolazione del corpo del bambino, che necessita di tempo affinché maturino le funzioni neuro-fisiologiche che controllano l'equilibrio, attraverso una graduale progressione di stati. Di qui l'importanza di infondere sicurezza anche esercitando quel ruolo di contenimento su cui si innesta il vissuto di “sicurezza” indispensabile per un buono sviluppo personale e relazione.



Bibliografia:
Emmi Pikler : Se mouvoir en liberté dès le premier âge, Paris, P.U.F, 1979
M.David e G.Appell, 0-3, un’educazione insolita, Milano, Emme edizioni, 1978

Emmi Pikler, Datemi tempo, red edizioni, Como 1996
Emmi Pikler, Per una crescita libera. L'importanza di non interferire nella libertà di movimento dei bambini fin dal primo anno di vita, Editore Cortina, Torino 2003 

domenica 6 ottobre 2013

**Gioco creativo e spontaneo: rappresentazione di sè e della propria storia emozionale-corporea**

Da un recente seminario di formazione a cui ho partecipato, vorrei condividere con voi alcune riflessioni davvero "fondamentali" sul gioco del bambino piccolo e sugli aspetti impliciti legati ad esso. 
Pensieri che hanno davvero aperto una "nuova porta" nella mia pratica educativa quotidiana, soprattutto per quanto riguarda la conoscenza del singolo bambino e della sua storia.



Il GIOCO SPONTANEO è, come già ho affermato in altri post, la forma privilegiata di espressione del bambino. E' fondamentale allo sviluppo psicologico del bambino e proprio per ciò va rispettato e difeso dall'adulto.

Attraverso il gioco creativo e spontaneo il bambino esprime sempre qualcosa del suo passato, del suo originario, ossia tutte quelle esperienze primarie vissute con i genitori (tutte le esperienze originarie emozionali-corporee di ciascuno lasciano dentro di sè delle sensazioni ed emozioni che possono essere gradevoli o sgradevoli e che vengono "registrate" nella memoria implicita, ossia uno scenario psichico non cosciente).

 Quindi, dopo tali premesse, mi soffermo in particolar modo su due situazioni di gioco spontaneo che il bambino crea all'incirca ( e sottolineo all'incirca!) tra i 24 mesi e i 36 mesi: 
le FILE e le TORRI.

Le file
Fila di mollette - Un grazie speciale a Francesca per la foto!

Quando il bambino inizia a fare file significa che egli sta prendendo coscienza di sè, sta attaccando ogni pezzettino di sè, delle sue esperienze sensoriali-corporee passate, e sta componendo la sua struttura, rimanendo comunque attaccato alla terra, ossia alla base sicura ( ossia rimane "attaccato" alle persone che si prendono cura di lui in quanto presenza rassicurante).
Tale periodo viene anche definito quale "periodo della orizzontalizzazione".


La Torre
Quando invece il bambino inizia a costruire torri significa che ha già preso consapevolezza del proprio sè e si sta allungando verso l'alto, un pezzo dopo l'altro sempre più sù, differenziandosi così dalla base sicura, ossia da coloro che si prendono cura di lui ed affermando sè, la propria volontà, i propri bisogni, le proprie emozioni. 
Tale periodo viene definito anche come "periodo della verticalizzazione" e corrisponde all'incirca con la fase dell'opposizione. 
E' inoltre in tale periodo che il bambino accetta la distruzione della sua creazioneo comunque il "buttar giù" in quanto possiede in sè la rappresentazione di sè stesso e non cade nell'angoscia di frammentazione del proprio corpo.


Questi pensieri e queste riflessioni nascono dagli studi e dai lavori di Bernard Aucouturier e dalla sua "Pratica Psicomotoria Educativa".












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